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"La Chiesa del Miracolo" di Bortolameotti Don Guido

di Lunedì, 04 Marzo 2013 - Ultima modifica: Martedì, 13 Gennaio 2015
Immagine di copert

Ricordi di Don Guido Bortolameotti che fu promotore della costruzione della nuova chiesa parrocchiale. Tipografia Argentarium Trento, 1990.

Il rifugio della canonica

Desidero narrare un certo episodio, non per vantare la mia opera, non ho compiuto altro infatti che il mio dovere verso un fratello bisognoso di aiuto, ma soltanto per esaltare la presenza costante della Provvidenza che si rivelò in modo particolare nella vicenda dell'ingegner Augusto Rovighi. Tanti lo hanno conosciuto allora, quando veniva spesso a Cloz, dove, durante l'estate, villeggiava la sua famiglia. Tutti poi l'hanno conosciuto in occasione del riconoscimento ufficiale attribuito dal governo di Israele allo scrivente ed alla sua fedele domestica Adele Turrini. Ma ecco, in breve, la storia dei 18 mesi trascorsi in canonica dal Rovighi. Il giorno 8 settembre 1943 l'esercito germanico occupò la regione Trentino Alto Adige. I tedeschi applicarono subito anche da noi il loro orribile disegno: la soppressione di tutti gli appartenenti alla nazione ebraica: essi erano ricercati di casa in casa per esser deportati nei campi di concentramento. Pochi purtroppo riuscirono a salvarsi. L'ingegner Rovighi era di origina ebraica, la sua casa a Bolzano fu presa subito di mira dalla polizia nazista. Per fortuna, in quei giorni, l'ingegnere era assente per doveri professionali: era infatti a Milano per la firma di certi contratti. Alla notizia di quanto avveniva da noi, e particolarmente a Bolzano, cercò un nascondiglio a Cloz, dove c'era 94 già sua moglie, Serafina Rizzi, coi due figlioli. Arrivato di nascosto in paese cercò rifugio presso un suo parente, il signor Felice Angeli. Dopo pochi giorni però, essendo continuamente ricercato, non si sentì più sicuro in quella casa, dove c'erano tanti ragazzi giovani, che, innocentemente, avrebbero potuto parlare. Il giorno 21 settembre, calata la notte, si presentò in canonica assieme alla moglie, chiedendomi di trovargli un riparo in qualche maso di Tregiovo o di Lauregno. Il 22 settembre mi recai a Tregiovo, per la sagra, ed erano presenti, come si usava allora, diversi sacerdoti dei paesi vicini. Con grande prudenza portai la conversazione sulla possibilità di sistemare qualche ricercato dalla polizia, per diserzione dal servizio militare o per altra causa, senza naturalmente accennare ad ebrei. Come risposta trovai soltanto paura. Tutti sapevano quanto erano cattivi i tedeschi. Discendendo da Tregiovo a Cloz andavo continuamente rimuginando la risposta che dovevo dare a quel poveretto che mi aspettava con tanta fiducia. Mi vennero alla mente le parole del Vangelo: "Non preoccupatevi di quello che direte, lo Spirito Santo vi suggerirà la risposta da dare"... In questo pensiero mi rifugiavo serenamente. L'ingegnere mi aspettava, ansioso di avere una risposta tranquillizzante. E fu per lui, come per me, una delusione dovergli dire che non avevo trovato niente che lo potesse confortare. Ma proprio in quel momento una ispirazione, una forza nuova mi illuminarono. Dimenticando il pericolo gli dissi: "Questa notte si fermi da me, poi vedremo il da farsi" Ma non avevo le idee chiare. Si fermò, e quella notte si prolungò fino al maggio del 1945. Ebbi paura per quella mia decisione, ma fu una cosa passeggera, subito superata: c'era un fratello da aiutare. Il mattino fui lieto di quella decisione e per tutto quel lungo tempo rimasi sempre sereno avvertendo che la provvidenza aveva suggerita la risposta e mi aiutava giorno per giorno procurandomi il necessario per il nuovo ospite. Nessuno in paese conosceva la cosa. La gendarmeria tedesca, dopo ripetute ricerche, si convinse che il Rovighi era riparato all'estero e non se ne curò più, lasciando in pace anche la moglie e i figli. E questo fino alla conclusione della guerra. Come passava il tempo il povero recluso in una stanza al secondo piano della canonica, senza mai poter uscire, non scendendo neppure nell'appartamento del parroco? Il primo periodo lo occupò nel sistemare e restaurare i libri del grande compositore monsignor Celestino Eccher, unico a conoscere il suo rifugio e che aveva portato a Cloz da Trento i libri estratti dalle macerie dell'appartamento bombardato il 2 settembre 1943. Il Rovighi si dedicò poi a trascrivere le composizioni musicali di monsignor Eccher, con pazienza certosina e grande competenza. Occupò gli ultimi mesi nella stesura del progetto della casa sociale. Gli fornivo le misure del terreno, il grado di pendenza e tutti i dati necessari; seguivo il lavoro giorno per giorno. Ne nacque un progetto veramente pensato, meditato, corretto tante volte, rifatto altrettante. Alla fine della guerra il progetto era dunque pronto, tanto che si poterono iniziare i lavori nell'autunno del 1945. Sognavo la nuova costruzione come completamento della chiesa e luogo di formazione religiosa e civile del popolo. Ma il primo di novembre di quell'anno l'Arcivescovo Carlo de Ferrari mi chiamò a Trento destinandomi alla direzione del Seminario Maggiore al posto del defunto monsignor Guido De Gentili. Così potei solo iniziare la costruzione della casa sociale. Ma torniamo all'ingegner Rovighi. Quale era il rapporto con la sua famiglia? In canonica era abbastanza frequentata una piccola biblioteca che offriva delle buone letture ai parrocchiani, specialmente nei mesi invernali. C'era bisogno di qualcuno che seguisse questa piccola istituzione. Durante una adunanza delle donne cattoliche chiesi se qualcuno si offriva per tale compito. Nessuna fra loro rispose. Allora proposi per l'incarico la maestra Rovighi, moglie dell'Ingegnere, che sicuramente aveva maggior tempo a disposizione. Così, senza che alcuno lo sospettasse, la signora, avendo la possibilità di frequentare la canonica, poteva, senza dar sospetto ad alcuno, intrattenersi con il marito. Ed i figlioli? L'ingegner Rovighi era un padre dal cuore delicato e sensibile, legato fortemente alla famiglia. Era vivo il suo desiderio di vedere i figli. Per soddisfare questa esigenza la moglie fissò dei momenti particolari nei quali passava davanti alla canonica. Attraverso la finestra il recluso poteva vedere, in tal modo, quasi quotidianamente, i suoi figlioli che credevano il loro padre lontano per impegni professionali. Tutto ciò continuò per 18 mesi, finchè, arrivato l'armistizio, padre e figli si poterono riabbracciare. Di questa vicenda il paese era totalmente all'oscuro come lo erano anche i sacerdoti che frequentavano la canonica. Devo qui ricordare l'assoluta riservatezza della mia cara domestica Adele che, tre volte al giorno, di nascosto, provvedeva a portare i pasti al Rovighi. A11a fine della guerra, quando l'ingegnere potè presentarsi in pubblico, qualcuno commentava: "Adesso comprendiamo perché le imposte di quella stanza erano sempre chiuse, solo ogni tanto si intravedeva un po' di luce". Se non si fosse fatto così certamente, recluso e parroco, sarebbero finiti nei campi di concentramento. L 'Ingegner Rovighi era un uomo retto, onesto, che sapeva pregare. Di confessione valdese, sopportava senza alcun lamento la sua pesante situazione. Sereno, paziente ed ottimista, pur in quella dolorosa prova, aveva una gran fede nella provvidenza di Dio. Di coscienza delicatissima; ricordo la bella osservazione che mi fece un giorno: "Voi cattolici fate troppa distinzione tra peccato mortale e veniale, ma non vi sembra che l'uno e l'altro siano offese a Dio? Avere questa consapevolezza dovrebbe bastare per mantenerci sempre nell'obbedienza al Signore". Libero finalmente, ritornò nella sua abitazione a Bolzano. Fu uno dei pochi superstiti della malvagità nazista. A Bolzano continuò a lavorare, infine pensionato, accettò i vari malanni dell'età senza mai lamentarsi, sempre grato al Signore per le cose buone che gli concedeva, aspettando con grande serenità il termine del pellegrinaggio terreno. Morì per un male inesorabile in un ospedale di Bologna. Sono certo che il Signore lo ricompenserà per tutto il bene nobilmente compiuto nella vita.

Vari articoli apparsi su alcuni giornali del tempo in occasione della consacrazione della nuova chiesa di Cloz.(26 luglio 1942) Nei vari scritti, ammirevoli per la loro spontaneità, ritornano gli apprezzamenti univoci, che sono veri, proprio perché sono univoci.
Ecco gli apprezzamenti:
Ammirazione · per dire la meraviglia, che un piccolo paese, con le sole forze proprie, abbia potuto, in brevissimo tempo realizzare un'opera simile; · per la riuscita così bella dell'opera: il popolo aveva voluto che la chiesa fosse bella, totalmente bella, per offrire al Signore, che è fonte di ogni bellezza, un'opera degna di Lui; · per la concordia di una comunità che per la sua chiesa ha superato ogni diversità di vedute, per sentirsi tutta unita in un lavoro che poteva sembrare impossibile, ma reso possibile dalla concordia per un unico ideale. Si avverò il proverbio: "le piccole imprese si portano a termine con la concordia, le cose grandi con la discordia falliscono"; · per la generosità con la quale ciascuno ha concorso per la riuscita dell'impresa; non ci fu nessuno che non abbia fatto o offerto ciò che gli era possibile, lieto soltanto di poter dare; · per la fede indiscussa nella Provvidenza di un'intera popolazione che ha sentito che ciò che stava per fare era per il Signore; Lui sarebbe intervenuto oltre ogni aspettativa.